A volte la fuga diventa una consuetudine, perché ci permette di allontanarci da noi stessi.
E, a volte, ci allontaniamo così tanto da finire per fuggire anche dalla felicità.
È una condizione che trovo magistralmente rappresentata in A Private War (2018), il film che racconta la vita della giornalista di guerra Marie Colvin.
La protagonista vive dentro contraddizioni profonde: desidera e teme la maternità, ama e rifiuta la possibilità di una vita tranquilla, cerca di controllare il proprio corpo mentre è attratta dal piacere, teme la morte ma, allo stesso tempo, sembra incapace di sottrarsi alle situazioni che la espongono al pericolo.
E soprattutto pronuncia una frase che racchiude una delle contraddizioni più potenti del film: odia trovarsi nelle zone di guerra, ma sente il bisogno di vederle con i propri occhi.
È proprio qui che la fuga smette di essere soltanto un allontanamento e diventa una modalità di vita.
Possiamo fuggire da una relazione, da una responsabilità, da una scelta, dal dolore. Ma possiamo anche fuggire dalla tranquillità, dall’amore, dalla possibilità di essere felici.
Perché ciò che conosciamo, anche quando ci fa soffrire, può sembrarci più sicuro di ciò che ancora non conosciamo.
La vera libertà comincia quando smettiamo di chiederci da cosa fuggire e iniziamo a chiederci verso cosa vogliamo andare.

