Ogni ricerca autentica nasce da un’inquietudine.
La mia nasce dal desiderio di comprendere il legame tra dolore e conoscenza, tra crisi e trasformazione, tra ciò che si rompe e ciò che può rinascere.
Nel mio lavoro clinico ho imparato che, dietro ogni sofferenza, esiste una domanda di senso che non sempre riesce a diventare parola. A volte è il corpo a esprimerla, attraverso un sintomo, una resistenza, un silenzio.
Per questo la mia ricerca non consiste nell’osservare la sofferenza dall’esterno, ma nell’attraversarla insieme alla persona, restando abbastanza a lungo dentro ciò che ancora non comprendiamo, fino a permettere che possa emergere un significato nuovo.
Significa accettare il dubbio, il frammento, il non ancora.
Nel mio lavoro non cerco risposte precostituite. Entro nella storia di ogni persona con rispetto e curiosità, lasciandomi guidare anche da ciò che ancora non conosco e che, spesso, emerge proprio nel percorso.
Per me, la cura non è una conquista né l’applicazione di una formula.
È un incontro nel quale io stessa accetto di non sapere ancora, mentre cerco insieme alla persona un modo nuovo di comprendere ciò che sta vivendo.
È da questo spazio di ricerca, tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo, che può nascere la trasformazione.

