Pablo Escobar è diventato un’icona pop. La sua storia continua ad affascinare, alimentata dal potere, dalla trasgressione e dalla capacità di sfidare ogni regola. Ma dietro il mito restano le vittime e chi ha rischiato la vita per contrastare il narcotraffico. Anche la storia sembra ricordare più facilmente chi ha esercitato il potere che chi ha lottato per restituire la libertà.
Il male, spesso, seduce. Il rumore attira l’attenzione. Il rispetto, invece, non sempre viene riconosciuto.
Lo vediamo anche nel modo in cui circolano le opinioni. Chi alza la voce, usa toni aggressivi o impone la propria presenza, in pubblico come in privato, spesso riesce a catalizzare l’attenzione. Chi argomenta con rispetto, misura e delicatezza rischia invece di essere ascoltato meno, come se la capacità di non aggredire rendesse il suo pensiero meno rilevante.
Ma essere più visibili non significa avere più ragione, così come essere più rumorosi non significa avere più valore.
In forme diverse, lo stesso meccanismo può riflettersi nelle relazioni. Può capitare di restare emotivamente legati a chi ci ha feriti, magari tradendoci in vario modo, mentre si finisce per dare meno valore a chi ci ha offerto silenziosa presenza e rispettoso sostegno.
A volte, ciò che è irrisolto cattura la nostra attenzione più di ciò che è stabile. E ciò che non reclama spazio rischia di non riceverne abbastanza.
La questione, allora, non è soltanto chi riesce a imporsi,
ma chi scegliamo
di ascoltare,
di considerare,
di ricordare.
Perché non tutto ciò che fa rumore merita attenzione. E non tutto ciò che si esprime con rispetto dovrebbe essere condannato al silenzio, all’oblio.

